Voci Incantevoli – Gianni Raimondi

Gianni RaimondiIl terzo appuntamento della serie “Voci Incantevoli” è dedicato al grande tenore bolognese Gianni Raimondi, uno degli Artisti a cui personalmente sono più affezionato, anche perché mi ha sempre colpito ed affascinato molto la sua grande semplicità, la sua riservatezza, il suo essere così “antidivo”.

Nacque a Bologna il 17 aprile 1923, studiò canto a Mantova, fece il suo debutto il 10 settembre 1947 a Budrio interpretando il ruolo del Duca di Mantova in “Rigoletto” e l’anno successivo fu Ernesto nel “Don Pasquale” di G. Donizetti al Teatro Comunale di Bologna. Da quel momento in poi Gianni Raimondi è stato costantemente presente nei cartelloni dei più importanti teatri italiani e dei maggiori teatri stranieri, ma il suo nome si è legato in modo indissolubile con quello del Teatro alla Scala di Milano che, dopo la sua morte, lo ha ricordato “come una delle più grandi voci della sua storia”. Sono 270 le recite di Gianni Raimondi alla Scala, a cominciare dal suo debutto nel gennaio del 1956 con la ripresa de “La Traviata” con la regia di Luchino Visconti al fianco di Artisti del calibro di Maria Callas ed Ettore Bastianini e fino alle recite di Norma del 1975 (con Monserrat Caballè). Delle recite alla Scala sono meritevoli di citazione quelle di: “Anna Bolena” e “Lucia di Lammermoor” (entrambe con Maria Callas), “Mignon” (con Giulietta Simionato), “Semiramide” (con Joan Sutherland), “L’Amico Fritz” (con Mirella Freni), “La Bohéme” (sia con Renata Scotto che con Mirella Freni), “Faust” (con Nicolai Ghiaurov e Mirella Freni), “Lucrezia Borgia” (sia con Monserrat Caballé che con Leyla Gencer), “I Vespri Siciliani” (con Piero Cappuccilli e Renata Scotto), “Simon Boccanegra” (con Piero Cappuccilli, Mirella Freni e la direzione di C. Abbado).

Da questa breve e necessariamente parziale elencazione si può facilmente intuire e comprendere quanto sia stata incisiva ed apprezzata la voce e l’arte di questo artista nel teatro milanese, ma non solo lì, tanto è vero che è rimasto regolarmente in cartellone alla Staatsoper di Vienna per 20 anni consecutivi a partire dal 1957 ed è stato inoltre un beniamino dell’esigentissimo (e molto ben abituato….) pubblico del Teatro Colon di Buenos Aires. Sono 44 le sue performance al Teatro Metropolitan di New York in poco meno di 4 anni, a cominciare dal suo debutto (concomitante con quello del soprano Mirella Freni) come Rodolfo ne “La Boheme” di G. Puccini il 29 settembre 1965 e fino all’ultima recita di “Rigoletto” del 5 giugno 1969, a fianco di due “glorie” del Met e cioè del baritono Cornell MacNeil e del soprano Roberta Peters.

Per quanto riguarda le caratteristiche della sua voce, posso dire che aveva un timbro molto gradevole, di tenore tipicamente lirico, ma robusta, squillantissima sin dalle primissime note acute e molto estesa, caratteristiche queste che gli permisero di cimentarsi in opere che, tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta, erano davvero poco frequentate, quali ad esempio “I Puritani” di V. Bellini (Scala, Torino, Palermo, Buenos Aires), “La Favorita” di G. Donizetti (Scala, Napoli) ed il “Guglielmo Tell” di G. Rossini (Scala, Napoli e Buenos Aires).

Di lui Impressionano la sicurezza della sua tecnica di canto, grazie alla quale affronta e risolve al meglio le asprezze delle varie partiture. La bontà della sua tecnica di canto è dimostrata dalla freschezza (ben testimoniata dalle molteplici registrazioni esistenti) che la sua voce ha mantenuto nel corso di tutta la carriera e cioè per circa 35 anni. A livello interpretativo, a mio modesto avviso, gli si potrebbe imputare solo la carenza, come dire, della “zampata del fuoriclasse”, di quel determinato passaggio che ti sorprende, che ti inchioda alla poltrona ma, al cospetto ed al confronto con gli “incensati” di oggi, occorre dire che siamo pur sempre su di un altro livello, su di un altro pianeta.

Lo ricordiamo e lo ammiriamo con la visione e l’ascolto di tre brani: “E lucean le stelle”, dalla Tosca di G. Puccini (Genova, 1965), “O muto asil del pianto”, dal “Guglielmo Tell” di G. Rossini (Buenos Aires, 1966) – dove la ovazione che lo accoglie al proscenio alla fine della scena è tutta da sentire – e “Nessun dorma”, dalla “Turandot” di G. Puccini (studio, 1962), che proprio nulla ha da invidiare con quelle più “reclamizzate” del recente passato, semmai….

Molto, moltissimo ci sarebbe ancora da dire e da raccontare su questo indimenticabile Artista, che si spense nella sua casa di Pianoro il 19 ottobre 2008, in punta di piedi e senza clamori, così come aveva chiesto e desiderato, tanto è vero che della sua scomparsa si seppe solo dopo la sua sepoltura.

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